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Dal
chiostro,
per un piccolo
atrio colonnato
si sale al
primo piano
alla Sala
detta del
Doge per
il corno
ducale e
gli stemmi
che ricordano
le famiglie
imparentate
con i Giovanelli. Le sculture
lignee del
soffitto
sono opera
del leoniceno
Giuseppe
Regagioli.
Alle pareti:
Le quattro
parti del
mondo, dipinto
ricco di
colore e
di elegante
composizione, è attribuibile
a scuola
genovese,
sec. XVII;
e Giobbe
deriso dalla
moglie, di
un caravaggesco
lombardo,
opera piena
di drammatico
pathos; un
elegante
Gesù tra
Marta e Maria
ambientato
in una cucina
italiana
cinquecentesca,
di scuola
fiamminga;
di fronte
un dipinto
di ignoto
significato
ma chiaramente
di gusto
neoclassico.
Da questa
sala si passa
alle stanze
dell'ala
Nord della
villa, che
al tempo
dei Giovanelli
servivano
come soggiorno
per il pranzo
e per i ricevimenti
degli amici.
Erano qui
esposti quadri
del Tiepolo
e di paesaggisti
ottocenteschi,
un busto
di donna
del Canova
e, forse
entro un
armadio portatile,
la Tempesta
del Giorgione.
La sala
delle colombe
prende il
nome dall'affresco
del soffitto,
che dovrebbe
essere una
delle prime
opere eseguite
a villa San
Fermo da
Luigi Scrosati
negli anni
immediatamente
successivi
al rinnovamento
della villa.
Di solito
si crede
che lo Scrosati
sia soprattutto
un pittore
di fiori,
dimenticando
che prima
della malattia
che gli tolse
l'uso delle
gambe intraprese
notevoli
decorazioni
ad affresco
nei palazzi
milanesi.
L'infelice
proporzione
della sala
viene corretta
dal soffitto
illusionistico,
che sopra
una balaustra
apre un cielo
sereno con
un volo di
colombe.
Agli angoli
pregevoli
chiaroscuri
entro sinuose
cornici barocche.
Alle pareti
un paesaggio
piemontese
del Settecento
e un bozzetto
con San Carlo
Borromeo
in gloria,
del Cerano.
La
sala vicina,
separata
un tempo
da una vetrata,
ha un soffitto
ligneo riccamente
intagliato
e, anticamente,
dorato. Tra
il leone
di San Marco,
gli stemmi
a colori
delle quattro
grandi famiglie
imparentate
con matrimoni
ai Giovanelli.
Segue
la sala più bella
dell'appartamento,
per lo splendido
soffitto
decorato
dai bianchi
stucchi del
Caremi e
affrescato
dal pennello
di Luigi
Scrosati. Il Caremi,
nei giochi
e scherzi
di bambini,
riprende
il tema tiepolesco
della Foresteria
di Villa
Valmarana
ai Nani,
mentre lo
Scrosati
dispone i
suoi cespi
di fiori
eleganti
e sempre
un poco sbocciati
tra un tondo
e l'altro.
Alle pareti
elegante
caminetto
settecentesco
e due tele
di gusto
neoclassico
con episodi
dell'Antico
Testamento.
La
vicina
sala, detta
delle sei
porte per
le vetrate
che si aprono
sul parco
e sul cortiletto
interno,
presenta
alle pareti
due quadri
attribuiti
a Mosè Bianchi:
quello di
una famiglia,
pieno di
pungente
realismo
lombardo;
più sontuoso
il ritratto
di un canonico,
incompiuto
nelle mani
ma ben delineato
nella fisionomia
e nella intuizione
psicologica.
Di una certa
forza un
ritratto
abbastanza
antico di
Torquato
Tasso e un
incisivo
ritratto
di nobiluomo,
forse cinquecentesco.
La sala immette
nel corridoio
degli appartamenti
monumentali,
completamente
rifatti dopo
l'incendio
del 1855
che devastò la
villa. Autori
del progetto
dovrebbero
essere stati
G. Battista
e Tomaso
Meduna, architetti
e ingegneri
veneziani
impegnati
nella ristrutturazione
degli interni
di palazzo
Giovanelli
in rio de
Noal a Venezia.
I Meduna
diedero alla
villa San
Fermo la
forma di
un castello
con le torri
angolari,
quasi ad
indicare
la funzione
acropolica
che la dimora
gentilizia
veniva ad
assumere
nei confronti
della città di
Lonigo. L'eclettismo
dei Meduna
ottiene i
migliori
risultati
nella impostazione
del gigantesco
scalone che
campeggia
autonomo
al centro
della villa,
collegando
ben quattro
piani, dall'ingresso
alle torrette.
Il
primo vano
dello scalone
ha una
volta a
botte ed è decorato
da finissimi
stucchi a
rosoni con
gli stemmi
delle famiglie
imparentate
coi Giovanelli;
sopra il
portale lo
stemma della
casa principesca
con i due
giovanetti
sulla barca.
Dopo ampio
portale che
immette al
piano terra
della villa,
si vede l'elegante
snodarsi
dello scalone
che, sostenuto
dalla parete,
sale mediante
tre rampe
al piano
nobile. Gli
scalini sono
in marmo
finemente
lavorato,
le pareti
in delicata
marmorina
ocra, il
corrimano
della elaborata
ringhiera
era in pelle
variegata
e una rossa
stuoia ricopriva
i gradini.
Le piccole
borchie in
ottone delle
pareti sostenevano
le lampade
della illuminazione
a gas. Dal
soffitto,
decorato
a stucchi,
pende un
fanale in
bronzo dorato.
Il ripiano
porta agli
appartamenti
già illustrati
e alla biblioteca
del principe:
nel corridoio
due copie
di affreschi
di Pietro
da Cortona
a Palazzo
Pitti a Firenze;
sul vano
scale grande
specchiera
ottocentesca.
L'esterno
chiaramente
rispetta
la funzionalità degli
spazi interni:
se la facciata
tra le due
torrette
presenta
appena cinque
grandi porte
e balconate,
i fianchi
sono tutti
traforati
da numerose
finestre
e porte con
pergolo,
corrispondenti
alle piccole
sale della
villa. Dalla
porta che
si apre sotto
la pensilina
si vedono
i due grandi
vani che
un tempo
erano cedraia
e arancera
della villa;
ora la sala
a settentrione è stata
trasformata
in cappella:
l'arredo è stato
costituito
recentemente;
sulla vetrata
di fondo
la testa
di Gesù «via,
verità e
vita»,
eseguita
dal pittore
Alberto Bogani
di Como,
che ha dipinto
anche le
piccole finestre
e la grande
icona lignea
di un attiguo
seminterrato,
trasformato
ora in cripta
per la preghiera.
Risalito
lo scalone
un corridoio
introduce
alle sale
del Piano
Nobile.
La
biblioteca
del Principe,
usata anche
come sala
di ricevimento
e per le
udienze, è una
delle tre
grandi sale
della facciata
da cui si
domina Lonigo
e il bellissimo
paesaggio
che dai Bericí spazia
alle Alpi,
alla pianura
padana e
in certe
giornate
fino all'Appennino
modenese.
Dei mobili
manca il
tavolo centrale,
ma rimane
ancora sul
posto la
splendida
libreria
in legno
di ciliegio
intagliato
con le aquile
che reggono
nel becco
la campanula
per l'illuminazione.
Anche il
pavimento,
in legno
come quelli
delle altre
due sale
che seguono, è un
ottimo lavoro
delle maestranze
leonicene,
specializzate
nel cosiddetto
parquet finemente
lavorato
e disposto
secondo un
elegante
disegno e
con straordinari
caldi effetti
di colore. Il
soffitto
a stucchi
dorati su
fondo bianco,
tra i medaglioni
di Dante
e Beatrice,
Petrarca
e Laura,
porta al
centro il
tondo di
Paolo e Francesca
eseguito
da Mosè Bianchi
nel 1877
con gli affreschi
delle altre
sale. Per
la rappresentazione
dei celebri
amanti danteschi
colti nella «bufera
infernal
che mai non
resta»,
il Bianchi
eseguì alcuni
bozzetti
con il corpo
di Francesca
rovesciato
sulla spalla
di Paolo,
quasi ad
indicare
la disperazione
della donna
e la pacata
sofferenza
dell'uomo.
L'affresco
di Lonigo
riprende
esattamente
il bozzetto
conservato
nella Pinacoteca
Ambrosiana
di Milano,
anche se
la resa è meno
drammatica.
Purtroppo
l'affresco
ha perduto
quel cielo
grigio e
tempestoso
tanto celebrato
dalla critica
del tempo,
ma resta
il famoso
incarnato
roseo del
corpo di
Francesca
che ben risalta
a contatto
del bruno
e nerboruto
petto di
Paolo. La
sciarpa azzurra
e i drappi
che avvolgono
i due corpi
sono chiamati
come note
di colore
a rompere
la coltre
delle nubi.
La
porta a doppio
battente
immette nel
Salone d'onore,
detto un
tempo degli
Arazzi per
i due arazzi
con le Storie
di Semiramide
posti sulla
parete accanto
al caminetto. A
prima vista
il salone
appare disarmonico,
troppo lungo
e troppo
basso, illuminato
solo da tre
grandi porte
finestre
e comunicante
con le altre
sale con
due porte
a cornici
di prezioso
marmo rosso.
Ma i grandi
ovati del
soffitto
dipinti da
Mosè Bianchi
con i larghi
squarci di
cielo riescono
a equilibrare
illusionisticamente
le proporzioni
della sala.
Per
questo ricchissimo
soffitto
in legno
intagliato
e a stucchi
dorati è stato
detto che
i modelli
sono quelli
del palazzo
Ducale di
Venezia;
e infatti
il Bianchi,
prima di
accingersi
alla decorazione
di villa
San Fermo,
volle fare
uno studio
accurato
sul Veronese
di Palazzo
Ducale e
sul Tiepolo
delle chiese
veneziane.
Anche per
questi tre
ovati esistono
i bozzetti
preparatori,
ove il Bianchi
dispiega
una mano
felice nell'impaginare
un discorso
sempre ricco
d'inventiva
tra audaci
scorci prospettici
da sotto
in su e preziosi
particolari
di vesti,
fiori, nuvole.
il tema,
che potrebbe
essere stato
suggerito
dal principe
Giuseppe
Giovanelli,
riflette
il momento
storico dell'Italia
e dell'Europa
subito dopo
la guerra
franco prussiana,
che aveva
portato i
tedeschi
a Parigi
e gli italiani
a Roma. I
dipinti auspicano
il trionfo
delle attività commerciali,
rappresentate
dal dio Mercurio,
e il dissolversi
dell'incubo
della guerra,
mentre la
Pace esaltata
dalla Storia
domina e
diffonde
la sua luce
benefica
nelle varie
parti del
mondo.
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